L’ALDILÀ con premessa.

Dopo aver letto un arguto e serio confronto fra due giornalisti, quali Renato Farina e Vittorio Feltri, sulla esistenza o meno dell'”Aldilà”: il primo convinto che ci sia vita dopo la morte ed il secondo che, invece, ha la prova che non c’è nulla, mi sono ricordato di un mio scritto, dal titolo “L’aldilà” dedicato al mio carissimo Mauro morto nel 2000, dove mi confronto con questo eterno dilemma, proprio con lui e che ripropongo alla lettura di chi avrà la compiacenza di farlo.

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L’ALDILÀ

Una folla immensa vaga in uno spazio, se così si può definire, altrettanto grande. Un apparente disordine regna in questo luogo in cui tutti sembriamo uguali, ma ci si riconosce senza difficoltà.

Non comprendo bene né dove sono né il perché, riesco però a riconoscere tante persone che sono morte anche da molto tempo, nonostante la confusione e la moltitudine di… già di cosa?

“Sono persone, anime, essenze incorporee… allora sono in “Paradiso!”  Mi chiedo non senza stupore. “È fatto così il paradiso? Una luce diffusa, irreale che non saprei descrivere; un numero infinito di presenze in un “ambiente” che non rassomiglia a nulla di conosciuto”.

Muovo i primi timidi passi, anche se non ho la consueta sensazione del camminare e quasi subito, credo (perché tutte le mie percezioni non sembra che rispondano più alle normali leggi fisiche) incontro Mauro, il mio carissimo amico scomparso prematuramente a causa di un incidente stradale.

“Mauro che bello rivederti!” “Anche per me Sergio!” Esclama con la massima cordialità. Faccio l’atto di abbracciarlo e mi rendo subito conto che non è possibile: siamo entrambi fisicamente inconsistenti.

“E che cavolo, dopo tanto tempo ti ritrovo e non posso nemmeno abbracciarti!” Dico, decisamente contrariato.

“Sergio qui l’unica realtà è quella che vedi, non ci sono più le dimensioni dello spazio e del tempo, le percezioni sensoriali sono tutte dell’anima, non esiste altro. Non c’è terra, non c’è cielo, non c’è ieri, non c’è oggi, non ci sarà domani!” Mi spiega Mauro con atteggiamento ieratico.

“Ho capito, cioè mica tanto. Avevo provato ad immaginare, qualche volta, come fosse l’aldilà e soprattutto se ci fosse ed ora mi rendo conto che, da vivi, non si può immaginare nulla di simile!” “Ora che sono morto, però, faccio fatica lo stesso, perché?” Domando a Mauro fissando la sua immagine o meglio la sua anima.

“Perché, caro Sergio, tu stai ancora sul confine che separa la dimensione terrena da quella dell’anima e ancora sei attaccato alla tua fisicità. Se supererai questo confine, cosa che non è certa, allora e solo allora tutto ti sarà chiaro!” Continuo a fissarlo con scetticismo.

“Non pretendere di capire tutto… ora!”

“Va bene, ma che fate qui? Come trascorrete il tempo o quello che esiste in questa dimensione? Parlate, come stiamo parlando noi? E di che cosa? A cosa serve tutto ciò in assenza di una “fisicità”, in questa specie di ipermondo perfetto sempre esistito? Scusami Mauro ma ho l’impressione che tutto questo sia di una noia mortale, cioè, volevo dire, enorme…che palle! Si può dire che palle, anche se non esistono più?”

Mauro, con uno sguardo benevolo, risponde: “Si può dire tutto, ma non si dice perché le tue sono espressioni tipicamente terrene, quando si è qui, definitivamente, tutto cambia e si adatta al nuovo stato e la precedente condizione viene dimenticata”

Continuo a guardarlo sempre con lo sguardo dubbioso ed un’espressione di palese scetticismo.

“Vedi, caro Sergio, tu sei ancora sulla linea di confine che demarca la vita terrena da questa. Anch’io ho provato quello che tu manifesti ora, ma, poi, non ti poni più alcuna domanda, perché hai raggiunto la perfetta beatitudine!”

“Beatitudine e che significa? La mancanza di stimoli, di progetti, di passioni, del senso del futuro, del ricordo del passato, dei rapporti interpersonali, delle esperienze, anche in una dimensione come questa, dell’anima, non credo si possa sopportare”. “Vero è che, se Lui provvede anche a queste necessità, pur se non so come, può anche andare…ma che noia, mamma mia!” “Che esistenza è mai questa, perché è pur sempre definibile esistenza, vero? “Non è un’illusione!”

“Sì”. Risponde Mauro.

“E se fosse tutto solo un mio sogno?”

“No!”

“E come fai a dirlo? Ah, già, qui sapete tutto!”

“Mauro, sai che ti dico? A me ‘sta cosa non mi piace. Stavo tanto bene di “là”, con tutti i casini che ci sono, i problemi, i drammi, il buco dell’ozono e così via. “Là” so’ vivo, qui so’ morto… anche come “anima”, cavolo!”

“Sarà che non lo posso ancora capire e che quando lo capirò tutto sembrerà normale, ma è meglio che non ci pensi e preferisco credere che quando si giungerà al limite della vita, la corrente dell’esistenza venga semplicemente staccata, come il click di un interruttore e non c’è più nulla e nemmeno ti puoi rendere conto che non c’è più nulla e…tanti saluti!”

“Sergio io non posso dirti più niente, se non sarà come pensi tu lo scoprirai, ora posso solo confermati che tu stai in bilico su quel confine e ancora non è giunto il momento di varcarlo, quindi…”

Mauro non finisce la frase che sono preso da un vortice, fluttuo in una nebbia, ho la sensazione di atterrare dolcemente. Apro gli occhi: sono in una sala illuminata da una luce soffusa e piena di macchinari. Non posso parlare, ho un tubo nella gola. In un attimo ricordo tutto: l’incidente, la corsa all’ospedale poi più nulla.

Un’infermiera s’accorge che ho gli occhi aperti, si avvicina, ha il volto dolce e sorridente:

“È tornato fra noi, il peggio è passato…”

Recupero la coscienza del mio stato e della mia esperienza “onirica”, presumo…con qualche dubbio, tanto essa è viva e presente nella mia mente.

<Aveva ragione Mauro, non era ancora la mia ora ed il “confine” non l’ho superato!> Penso. <Ma se veramente “oltre” c’è quello che ho visto… per carità è molto meglio stare da questa parte, sofferenze comprese.>

< Si sono avvicinati i dottori e gli infermieri. Si rientra nei ranghi e si continua, finché…>

 

 

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