IL PREDESTINATO


Alcuni anni fa, precisamente nel giugno duemilaotto, ero ad Ischia con alcuni amici per trascorrere una settimana nella splendida isola partenopea, famosa per il mare che la circonda, per le acque termali e le disparate possibilità del loro utilizzo, sia come curative, sia come dispensatrici di benessere per il corpo e anche per la mente.
Non c’è albergo che non abbia il suo centro benessere, organizzato in tutte le sue possibili varianti, per offrire la più ampia gamma dei servizi termali.
Noi eravamo ospiti di un albergo situato appena fuori l’abitato del comune di Ischia; esso si estende dalla strada litoranea fino al mare. Una piccola monorotaia a cremagliera consente agli ospiti di evitare le scale, per accedere all’albergo. Al termine della cremagliera, l’albergo, in vari terrazzamenti, ha le camere, i servizi centrali di ristorazione e alcune piscine con la temperatura dell’acqua indicata su dei cartelli posti in bella evidenza, in modo che i clienti possano scegliere e alternarsi nelle loro calde acque. Una piscina molto grande, invece, è costituita solo dall’acqua del mare sottostante. È possibile anche andare al mare, dove le palafitte immerse nel mare, sono dotate di lettini e ombrelloni e di scale per scendere nelle invitanti acque marine.

Il nostro soggiorno non si limitò solo a usufruire delle acque termali, dei massaggi e dei fanghi, ma ci dedicammo anche a visitare l’isola, che comprende sei comuni, tutti borghi caratteristici con oltre cinquantamila abitanti, dediti per tradizione al turismo oltre che alla gestione delle terme, cui si aggiungono l’artigianato e l’eccellente gastronomia tipica.

Durante una di queste gite, dietro consiglio di una nostra amica, nonché collega della banca in cui lavoravo io e due amici della comitiva, ci siamo recati a Barano d’Ischia per una capatina al promontorio di monte S. Angelo, da lì costeggiando la spiaggia di Maronti ci siamo inoltrati nel vallone Cava Oscura dove c’è il ristorante Oasi la vigna, suggeritoci per la buona cucina locale.
Ci siamo letteralmente incuneati nella stretta via che percorre il vallone di Olmitello-Maronti e in pochi minuti abbiamo raggiunto il ristorante nella zona Oasi la Vigna; la sua posizione è molto suggestiva: incastrata fra le ripide pareti della montagna e affiancata da un alveo torrentizio che raccoglie le acque di due sorgenti che furono ripristinate nel settecento, grazie al conte Corafà, viceré di Palermo e generale del regno delle due Sicilie. Grazie a lui, queste acque della fonte di Olmitello e definite “saluberrime”, furono restituite al ”publico uso”, unitamente ad un’altra fonte simile: quella della “Cava Oscura”.
Le proprietà curative di queste acque furono certificate, non solo per i bagni, ma anche per berle, per la loro caratteristica leggerezza.
Questi sintetici riferimenti storici servono a inquadrare la natura dei luoghi, grazie alle acque delle fonti citate, alla sua biodiversità faunistica e floreale, tutti elementi che coinvolgevano Giuseppe, il proprietario del ristorante, che era impegnato tenacemente nella tutela del posto dove viveva e lavorava.

Egli ci accolse con il calore tipico dei partenopei e ci servì delle pietanze buonissime, accompagnandole con la sua bonomia, creando un clima di empatia tale, da sembrare di essere a casa insieme a un amico in più.

Questa atmosfera fu tale che Giuseppe iniziò a parlare della propria attività e della propria vita con disinvoltura disarmante, coinvolgendo tutti noi nella sua chiacchierata.

Un particolare di questa conversazione, riguardante un incidente occorsogli nel millenovecentonovantadue, lasciò basiti e perplessi tutti noi che lo ascoltavamo attentamente, un episodio di cui ho conservato degli appunti frettolosi che sono enigmatici e surreali e che possono lasciare interdetto anche il lettore, come accadde a noi quando Giuseppe ce li descrisse.

Giuseppe doveva sostituire la lampadina di un lampione abbastanza alto e per potersi avvicinare al portalampade pensò di salire fino a esso mettendosi nella benna di un escavatore che lo poteva sollevare alla giusta altezza, ma un filo elettrico scoperto toccò la benna e a causa dell’amperaggio della corrente: “Fui investito da una scarica elettrica di forte intensità che mi percorse per tutto il corpo, a causa dei piedi nudi, fino a sentirmi un tutt’uno con la macchina.” Parole testuali.
In quei concitati e pochi attimi, riesce al liberarsi del filo e sotto choc, salta oltre la benna, per atterrare malamente di schiena e poi con le braccia e le gambe.
Fu subito soccorso dai fratelli e dagli amici presenti che si sincerarono che riuscisse a muovere gli arti, poiché non riusciva ad alzarsi. Fu ricoverato in ospedale e portò un busto ortopedico per molti mesi.
Dopo l’incidente ha rielaborato tutto quello che è avvenuto in quei pochi secondi tra la scossa subita, il salto e l’impatto con il terreno, avendo l’esatta percezione che quanto stava accadendo, richiedesse una decisione immediata sul suo comportamento e che da ciò dipendesse la sua sorte: vivere o morire!
In questa dimensione senza fisicità e senza tempo, vede una grande cornice dorata, nella quale scorge tante caselle simili alle celle di un alveare, dove riconosce che in ognuna di esse pulsa una vita, mentre in quella che distingue essere la sua, vede solo nero e nient’altro.
In quel frangente, sospeso nel tempo, lui continua a vedere, dall’alto, immobilizzato in terra il suo corpo, circondato dai fratelli, intenti ad aiutarlo e chiede di poter tornare a respirare e se proprio non potesse rientrare nel suo corpo, che almeno possa farlo in quello di un qualsiasi essere vivente, per quanto insignificante fosse, ma che sia utile e necessario come un uomo.

Fortunatamente Giuseppe dopo una lunga degenza si è ripreso ed ha continuato la sua attività di ristoratore e di tutela della sua isola d’Ischia.

È indubbio che questa sua esperienza “mistica” abbia modificata e condizionata la sua vita; lo choc elettrico ha influito sulla sua psiche e influenzato il suo modo di essere e di pensare: era stato travolto da quella sua esperienza paranormale che lo aveva condotto vicino alla morte e si sentiva un miracolato che aveva acquisito facoltà “speciali”, affermando di avere anche delle percezioni divinatorie!

Quando giunse il momento di salutarci, lo ringraziammo per la calorosa accoglienza e per la bontà delle pietanze ammanniteci, non escludendo che in un futuro prossimo saremmo ritornati a Ischia e nel suo locale.

Non è stato così!
Sono trascorsi sette anni e non siamo mai ritornati a Ischia e non ci torneremo più, almeno nel suo ristorante, perché il simpatico Giuseppe, nel febbraio di quest’anno duemilaquindici, durante un burrascoso temporale abbattutosi su Ischia, si è inoltrato in fondo all’alveo del torrente per controllare se la pioggia avesse causato danni alla sua casa ed al ristorante.
Mentre faceva questa ricognizione una frana staccatasi dalla costa del vallone Olmitello, lo investì, uccidendolo!

Questa notizia l’avevo ascoltata in un telegiornale, ma è stato uno degli amici con il quale sono stato ad Ischia, sette anni prima a comunicarmi che quella vittima del maltempo era Giuseppe…

La notizia mi ha colpito per due motivi: il primo, per la simpatia del personaggio che così cordialmente ci aveva ospitato nel suo ristorante, facendoci trascorrere delle ore serene con lui e soprattutto con le sue prelibate pietanze; il secondo è che non ho potuto fare a meno di collegare il luttuoso evento, con l’episodio raccontatoci anni prima.
Paranormale o no che sia, ho pensato che “Sorella Morte” abbia chiuso l’episodio rimasto aperto sette anni fa, in maniera inesplicabile e abbia, così, pareggiato i “suoi” conti, portando via con sé il buon Giuseppe!

Questa voce è stata pubblicata in Racconti surreali, Ricordi autobiografici. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento