VENEZIA – LA SCUOLA DI SAN ROCCO – TINTORETTO

 


Anche quest’anno il rito con cui si apre il Carnevale di Venezia si è compiuto, alla presenza di una folla numerosa, come mai vista negli anni precedenti, che, complice la splendida giornata, ha gremito la grande Piazza S. Marco, la piazzetta omonima e tutte le altre zone adiacenti.

La cerimonia del volo della Colombina, ha visto librarsi dal campanile, non senza tensione, Margherita Missoni con indosso un costume, creato dalla casa di moda familiare: un lungo vestito bianco, che emetteva un brulichio di riverberi, generato dal suo rivestimento colpito dai raggi del sole, munito di grandi ali, colorate all’interno secondo lo stile Missoni.

La giornata è stata estenuante, anche nel prosieguo, per la gran difficoltà di camminare circondati da migliaia di persone che ti pressavano da ogni parte: sembrava di essere in un enorme formicaio “umano”.

Il giorno successivo dedicato alle isole di Murano e Burano, pur se meno faticoso, ha incrementato la spossatezza, tanto da desiderare di raggiungere al più presto l’albergo per ritemprarsi un po’ con una calda doccia e distendersi, poi, almeno per un’ora.

La sera, dopo aver cenato in un buon ristorante, il letto è divenuto un vero e proprio miraggio verso il quale ci siamo diretti come automi, per abbandonarci, finalmente, in un sonno profondo e ristoratore!

 

Il giorno seguente,  l’ultimo della nostra permanenza, era, finalmente, libero da “impegni” di gruppo: ognuno poteva gestire l’intera mattinata a suo piacimento, il treno ci aspettava alle 17,50.

 

Con tutta tranquillità ho fatto colazione, durante la quale insieme all’amico Carmelo, unico altro individuo maschile del gruppo di quindici persone, abbiamo deciso di rivisitare la famosa Scuola di S. Rocco.

Dopo una passeggiata di circa mezz’ora raggiungiamo l’edificio, nel sestiere di S. Polo, attraversando una parte di Venezia meno affollata e chiassosa dei giorni precedenti.

 

In questa “scuola”, che faceva e fa ancora capo all’arciconfraternita di S. Rocco – associazione di laici che perseguono finalità etiche e morali, sotto l’egida di un protettore, nella fattispecie S. Rocco – si possono ammirare dei grandi cicli pittorici che il Tintoretto, con una mossa tanto ardita e sfrontata, quanto inusuale ed efficace, si aggiudicò nel mese di giugno del 1564, neutralizzando la concorrenza di Paolo Veronese, Andrea Schiavone, Francesco Salviati e Federico Zuccari.

Egli si presentò, portando in luogo dei disegni illustrativi di come sarebbe stato il suo lavoro, un ovale già finito, dedicato a S. Rocco, per giunta già sistemato nella sala dell’albergo, offrendolo in regalo ai consiglieri della scuola, quale atto di devozione nei confronti del santo.

Riferisce il Vasari, che la bellezza del quadro indusse i consiglieri a non tener conto degli altri valenti pittori, tanto da affidare a Jacopo la realizzazione di tutti gli altri teleri (oltre 50), che lo impegnarono fino al 1587. Per questo incarico gli corrisposero, oltre il pagamento delle spese per i colori, le tele e quanto necessario, un congruo vitalizio che il Robusti, con grande intelligenza ed intuito psicologico, lasciò valutare agli stessi consiglieri, senza porre alcuna obiezione.

 

È opportuno accennare ad un episodio giovanile del Tintoretto, quando stava nella bottega del Tiziano ad imparare l’arte e le tecniche della pittura. Stando alla tradizione, il maestro allontanò dopo pochi anni l’ancor giovane discepolo, perché geloso delle sue capacità artistiche e del suo fiero carattere. Ciò non gli impedì di diventare, a solo ventuno anni, già “un maestro pittore”. Le numerose commesse al lui affidate, fin dalla giovane età avranno contribuito a stizzire il maestro, adombrato dall’allievo. Non è peregrino pensare, che anche questo lavoro grandioso abbia impermalito il grande Tiziano.

 

Questa premessa, rappresenta una minima nota necessaria per introdurre la grande opera pittorica compiuta dal maestro Jacopo Robusti, che ha reso la Scuola di S. Rocco, “la cappella Sistina” di Venezia, unitamente a qualche breve nota biografica per comprendere almeno un po’ la personalità di questo pittore innovativo che ha fatto da cerniera fra il manierismo cinquecentesco rinascimentale ed il successivo periodo Barocco, di cui la sua opera contiene, “in nuce”, alcuni elementi stilistici.

 

Le opere della Scuola di S. Rocco, sono le uniche che ha gelosamente creato con il minimo ausilio dei collaboratori, dandovi il meglio di sé stesso. Esse rappresentano un ciclo completo delle storie del vecchio e del nuovo Testamento. Poiché le tele sono state dipinte in un arco temporale di oltre venti anni, è possibile rilevare la graduale evoluzione della tecnica pittorica del Tintoretto.

Un intervallo di circa dieci anni divide la decorazione della sala dell’Albergo, dall’attigua sala grande superiore, sei anni tra quest’ultima e la grande sala terrena.

 

Tutto questo serve solo a comunicare in maniera molto concisa e forse imprecisa, lo scenario, che ho rivisto con ancor più partecipazione della prima volta, di questo monumentale edificio che il genio del Tintoretto ha sublimato in un tempio dell’arte della bellezza e dell’emozione.

La visita accompagnata dall’audio guida, che, con un commento ineccepibile ed a tutti comprensibile, illustra e spiega in modo molto preciso e completo tutti i teleri del Tintoretto e le loro caratteristiche pittoriche, mi ha permesso, altresì, di cogliere quelle caratteristiche particolari che possono sfuggire a chi ammira un’opera d’arte senza una conoscenza minima dell’autore e del periodo storico in cui ha operato.

Ho scoperto che il Tintoretto non disegnava dei cartoni preparatori delle tele che dipingeva, sono molto pochi, infatti, gli esempi della sua attività grafica. Plasmava dei piccoli modelli di cera e di creta, vestendoli di cenci che drappeggiava e poi li metteva dentro delle piccole casette in cui creava scorci prospettici, con legno e cartoni simulando, con dei piccoli lumi, le finestre e tutto il gioco di ombre e luci che ne derivava. Talvolta poneva questi modelli in sospensione dalle travi del soffitto per studiare l’effetto delle figure viste dal basso. Con questa tecnica plastica, personalissima, abbinata agli effetti della luce, otteneva il risultato di dare alla sua composizione pittorica un carattere scenico. Questa è la chiave per interpretare la sua capacità di coniugare l’elemento scenico e quello drammatico che è alla base della sua pittura: il rapporto tra la figura e l’ambiente è determinato dalla luce che crea quel magico chiaroscuro che caratterizza la sua arte, che si può definire visionaria.

Le tele da lui prodotte per la confraternita (divenne anche lui un confratello) sono oltre cinquanta, sarebbe impossibile e dispersivo tentare di illustrare, sia pure brevemente, ognuna di esse, a ciò aggiungasi che non sono uno studioso dell’arte e, quindi, non posseggo gli strumenti tecnico scientifici per potermi avventurare in una simile impresa. Sono solo un modesto amante dell’arte in senso lato, che subisce il fascino e l’emozione che essa, in quanto tale, può trasmettere.

La stessa iniziativa che ho preso di vergare per iscritto queste mie poche note, deriva proprio dal fatto che la suggestione provata nel rivedere questi numerosi capolavori, mi ha indotto a trasferirla nelle parole, per attenuare il turbamento che mi assale dinnanzi a simili spettacoli e non solo artistici: sensazioni, queste, assimilabili alla sindrome di Stendhal.

 

Non posso esimermi, però, dal soffermarmi, almeno, sul dipinto della Crocefissione situato nella parete opposta all’entrata della Sala dell’Albergo.

L’episodio finale della vita terrena del Cristo è raffigurato su una tela che misura 5,36 metri, in altezza, per 12,24, in lunghezza: una superficie di poco superiore ai sessantacinque metri quadrati.

Già le dimensioni del telero fanno prevedere la maestosità e la complessità dell’opera dovuta alla grandezza dello spazio, in cui si “muovono concitati” oltre settanta personaggi – il genio del pittore rende quasi reale questa confusione della folla che insiste intorno alla figura centrale del Cristo crocefisso – grazie al magistrale uso degli effetti di luce, ed al dinamismo che ha impresso alle figure, perfettamente delineate, ottenendo, così, un risultato di grande espressività. Tutto lo spazio è organizzato in funzione del Cristo in croce che diventa l’elemento centrale e focale di tutta la composizione ed è l’unico ad essere colpito da una luce diretta che genera un’aureola che si staglia sul cielo plumbeo.

 

Dopo le ore trascorse ad ammirare questo grande ciclo pittorico ed averne subito l’incredibile fascino, non ho remore ad affermare che quando ho restituito l’audio guida, avevo il respiro affannato e gli occhi rossi per le lacrime di commozione che non ero riuscito a trattenere.

Ho incrociato lo sguardo di Carmelo ed anche lui tradiva l’emozione di quest’esperienza. Senza dire una parola abbiamo attraversato il portone della “Scuola”, per ritornare nella quotidiana normalità.

 

 

 

 

 

http://www.scuolagrandesanrocco.it/italiano/popup_mov_02_H.htm

 

 

http://www.scuolagrandesanrocco.it/italiano/interna5_ita.asp?sez=5_3

 

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