C’ERA UNA VOLTA UNA GATTA

Il racconto è stato pubblicato sul quotidiano Libero, nella pagina dedicata agli animali, il cinque novembre 2017.

Sì! Mi è piaciuto titolare questo breve e modesto racconto, nel modo in cui iniziano le favole classiche, perché alla fin fine esso ha un contenuto fantasioso, come una favola.

Tanti anni fa, non ricordo con precisione quanti, ma sicuramente circa venti, fu regalata a mia moglie una gattina soriana, proveniente da una bella cucciolata procreata da una gatta, incrociata con un persiano. Questa gattina, a cui demmo il nome di “minou”, presentava i tratti caratteristici più del gatto comune europeo che della razza persiana.
Non era il primo gatto e non sarebbe stato l’ultimo, a farci compagnia con la discrezione tipica di questi felini. Le persone più superficiali considerano la discrezione, l’autonomia ed il forte istinto individualistico del gatto, caratteristiche che li rendono incapaci di interagire con gli umani. E’ evidente, che costoro non ne hanno mai posseduto uno.
Scusate. Ho usato un’espressione impropria. I gatti non si fanno possedere…, ma ci concedono graziosamente la loro compagnia ed anche il loro affetto, soprattutto se non dimentichiamo mai la loro intrinseca natura che è notevolmente difforme da quella dell’altro animale domestico, per eccellenza: il cane. Rispettare con consapevolezza questa loro natura, consente d’instaurare un rapporto gratificante anche con il nostro felino.
Queste caratteristiche erano marcatamente presenti in minou, alle quali si aggiungeva una notevole dose d’intelligenza, nell’accezione, che a questa facoltà, è comunemente data agli animali.
Numerosi sono stati i gatti, che in oltre trenta anni, hanno frequentato la mia casa, a partire da quel grazioso cucciolo fulvo, di poche settimane, che ho trovato ai piedi della porta di casa, poco dopo sposato, e che fatto entrare per rifocillarlo, non ne uscì più. Un’altra considerazione facilitò la sua adozione: quella che un gatto di siffatto colore è considerato di buon auspicio e, guarda caso, lo stesso giorno, nella cassetta della posta, ho trovato la lettera d’assunzione in banca!
Fra tutti i gatti che si sono avvicendati nella mia casa, in special modo dopo esserci trasferiti fuori città, dove un ampio giardino ci consente di ospitarli in modo più naturale, Minou è quella che ricordo con maggior piacere e con gran nostalgia.
Essa mi seguiva quasi sempre quando attendevo ai lavori in giardino e, spesso, quando mi allontanavo a piedi dalla mia casa, mi accompagnava, seguendomi a qualche metro di distacco, finché la distanza percorsa diventava eccessiva per essa. Le piaceva essere coccolata, acciambellata sulle mie gambe, esprimendomi il suo gradimento, con un intenso ronfamento.
Minou è sempre vissuta libera, nel giardino, nel quale abbiamo cercato di crearle degli angoli personalizzati, anche se con scarso successo, sia con lei sia con gli atri gatti, i quali sono solo loro ad eleggere i propri spazi.
Grazie a questa completa libertà, che ho sempre reputato giusto concedere ad un animale dalle spiccate doti d’autonomia ed indipendenza, e che qualche volta mi è costata la perdita di alcuni di essi, Minou, da buon esemplare di femmina fertile (sulle cui caratteristiche fisiologiche non ho mai voluto che si intervenisse), ha procreato innumerevoli volte. In pratica, quasi ogni volta che andava in calore. Se non vado errato, perché di tale computo si occupava mio figlio, sono stati 85 i cuccioli partoriti, fino a sette in una sola volta. Non tutti sono sopravvissuti, ma tutti erano dei cuccioli bellissimi, in particolare quando alcuni di essi manifestavano le peculiarità della razza persiana, presente nei suoi geni. Proprio per questo motivo la sua progenie ha sempre trovato sistemazione presso parenti, amici, conoscenti e vicini di casa.
E’ nota a tutti la capacità di allevare con somma cura i propri piccoli da parte delle gatte, e quella di sorvegliarli e proteggerli con una dedizione ed una forza che ti lascia stupito, perché inimmaginabile, finché non ne hai coscienza.
Ebbene, Minou anche in queste situazioni, aveva un qualcosa in più delle sue consimili.
Valga un solo episodio, il più sorprendente di tanti, per rendere vagamente l’idea di questa affermazione.
Un giorno, mentre Minou era intenta ad allattare una delle sue cucciolate, per distrazione, fu lasciato aperto il cancello pedonale. Da diversi giorni girava nel comprensorio un cane, di media taglia, certamente abbandonato. Quel giorno, spinto dalla curiosità e dalla fame, detto cane ebbe l’ardire di introdursi nel giardino e di entrare in contatto visivo con minou, la quale, con i fulminei tempi di reazione dei gatti, gli si avventò contro, inducendolo ad una fuga precipitosa quanto incontrollata. Non conoscendo, infatti, il “territorio” ed in preda al panico, il cane, malgrado fosse più grande di Minou, fu, da questa, costretto a girare in tondo, intorno alla casa, per più volte senza riuscire a trovare una via di fuga. Sembrava il classico inseguimento, più volte rappresentato nei cartoni animati. Dopo aver fatto più giri, il cane riuscì a vedere da dove era entrato e si lanciò verso il piccolo cancello rimasto accostato, vi giunse con una tale velocità ed in preda ad un vero e proprio terrore, che invece di attraversarlo per l’angusto spazio usato in precedenza, ci rovinò sopra con tutta l’inerzia della spinta della sua corsa, causandone la chiusura. A quel punto minou si fermò davanti ad esso, che giaceva appiattito per terra, stordito emettendo guaiti di paura, con il dorso inarcato, il pelo dritto e lo sguardo fiero e soddisfatto di chi aveva sconfitto ed umiliato un avversario, più grosso di lei.
Il cane grazie al mio intervento, non subì conseguenze peggiori.
Non lo rividi mai più nei dintorni.

L’indipendenza e la libertà, purtroppo, hanno un prezzo.
All’età di tredici anni, circa, minou contrasse un’infezione all’utero, che le fu asportato per evitare conseguenze esiziali.
Da quel momento in poi, non fummo più allietati dalle cucciolate alle quali ci aveva abituato e la sua vita continuò ancora circa tre anni, finché, proprio l’intensità e la pienezza con la quale l’aveva vissuta, non la spinse progressivamente verso il destino di tutti.
Ricordo con commozione gli ultimi giorni, nei quali malgrado tutto, non si poteva più evitare la naturale conclusione della sua vita. Ricordo il suo abbandono nella cesta, nella quale si era rannicchiata, forse consapevole di quanto stava compiendosi, ricordo i miei tentativi di chiamarla e di scuoterla dal torpore, sollevandole con delicatezza il capo, privo ormai della forza di sostenersi.
L’ho seppellita nel giardino sotto un piccolo albero di pere.
Non nascondo che spesso la memoria ritorna agli anni condivisi con questa dolce gatta e sarà forse proprio per questo che, non molto tempo fa, passando davanti a quel cancello nominato prima, ho scorto, non senza provare un sussulto emotivo, un gatto, che faceva capolino, dietro alle geometrie della sua struttura di ferro.
Era una gatta, mai vista prima. Capita spesso che altri gatti si affaccino nel giardino, considerato che, ora, continuo ad ospitarne altri due. No questa no, non si era mai vista, tanto più che sembrava la perfetta copia, o come si dice oggi: il clone di Minou.
Ho tentato di avvicinarmi con delicatezza, per evitare che si allontanasse. L’ho chiamata: ”Minou” anche se comprendevo l’irrazionalità del mio atteggiamento. Si è allontanata di poco. Ho aperto il cancello ed ho cercato di seguirla. Non scappava. Era tranquilla. Prima di girare l’angolo, al mio ulteriore richiamo, si gira, mi guarda, sì mi guarda, capisco che ciò non ha senso, ma mi piace pensare che lo abbia.
L’ho seguita con lo sguardo, finché non è scomparsa dalla vista… vicina al pero.

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Alle ore dodici del 27 maggio 2017 è nato Marco Maffucci dal peso di 3,2 kg.

Egli è il secondo figlio di Massimo e Maria laura che “incidentalmente” hanno contribuito a procrearlo, aggiungendolo alla sorella Martina di quasi sei anni e che si é già proclamata: “Sorella maggiore”, affermazione che, da sola, precisa la sua posizione sociale nell’ambito familiare, facendo valere subito la sua primogenitura su Marco!

Marco: un antico prenome romano, fra i più usati a Roma, ha contraddistinto molti uomini importanti, il cui elenco sarebbe molto lungo da citare, di cui fanno parte uomini politici della repubblica romana, imperatori come Marco Aurelio, prelati di ogni ordine e grado, con riferimento a San Marco evangelista e un papa santo che s’insediò nel 336 e resse il pontificato per soli dieci mesi.

Numerosissimi sono soprattutto i nomi coniugati con la radice Marco.

Fatta questa premessa didascalica, Marco, torno all’evento della tua nascita, specificando che il nome è una scelta di tua sorella, accettata per uniformare il suo nome e cognome con la lettera M, che caratterizza tutta la famiglia e ora anche il tuo: “M. M.”

 Anche tu sei un tenero frutto di un amore nato fra i banchi della scuola, come scrissi nella poesia dedicata a tua sorella Martina. Un amore che si fortificò nel corso degli anni fino a realizzarsi in una felice convivenza e poi in un matrimonio che sancì ufficialmente la nascita di una famiglia a tutto tondo.

Tu vi sei entrato a pieno titolo, in ritardo, ma ciò non costituirà alcuna difficoltà per te e per Martina, che dopo solo pochi giorni ha mostrato di averti accolto nel migliore dei modi, sgombrando il campo da dubbi e riserve che la differenza di età poteva rappresentare.Per quanto mi riguarda, ho accolto la tua nascita con la stessa emozione che provai per quella di tua sorella, la commozione è stata altrettanto forte e spontanea.

Una sensazione di tristezza, però, avvolge la tua nascita, per l’incedere inesorabile dell’età, che mi vedrà escluso dal vivere la tua crescita fisica e morale, più di quella di Martina, perché con te riparto da zero e non sono capace di prevedere quanto potrò esserti vicino per trasferire, almeno in parte, le mie conoscenze, la mia cultura e le capacità critiche e razionali che sono alla base di un’esistenza equilibrata e gratificante: gli unici doni che un progenitore può e deve tramandare ai suoi successori.

La tua nascita tardiva, potrebbe mettermi fuori gioco prima di quanto sarebbe giusto.

La colpa però è nostra: aver ritardato il ritmo naturale della vita, ci porterà inevitabilmente, a fruire di un tempo più limitato da dedicare alla vostra crescita e a godere meno del vostro “sviluppo” fisico e mentale.

Finché mi sarà possibile integrerò l’operato dei vostri genitori.

Ricordatevi che noi, genitori e nonni e voi nipoti siamo il frutto del loro passato e la memoria che portiamo e porterete di essi è la diretta conseguenza delle loro scelte di vita che hanno dato origine alle nostre, facendoci diventare attori della realtà.

Non facciamo svanire le loro memorie nelle nebbie del tempo ma trasferitele a vostra volta, ai vostri figli e nipoti in un’ideale catena, simbolo di ricordi e di valori che non devono essere smarriti ma rinnovati e rinforzati nel corso degli anni, come rappresentative delle nostre vite e delle vostre, quale humus sul quale le nostre esistenze sono cresciute e si sono sviluppate, un humus che senza di esso, oggi e per gli anni a venire, non ci saremmo stati!

Noi: genitori e nonni, saremo sempre presenti accanto a voi, finché ci sarà possibile e fino allora, svolgeremo quest’amorevole compito con grande scrupolo e affetto, sperando di lasciare un’eredità morale e affettiva che rimarrà sempre impressa nei vostri cuori!

Questa è la nostra speranza e il nostro augurio per voi: Martina e Marco.

 

 

 

 

 

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UN’ESPERIENZA UNICA

Erano, ormai, numerosi anni che le mie ginocchia pativano delle sofferenze incostanti che mi avevano indotto a rinunciare, non solo a praticare alcune discipline sportive, ma anche a condizionarmi in alcune attività meno impegnative: quali delle gite che comportavano frequenti spostamenti a piedi e/o curare il giardino e anche, il solo dedicarmi alla preparazione delle pizze, nel locale adibito all’uopo, con il forno a legna, la cui organizzazione implica il trascorrere molto tempo in piedi.

Aver trascurato e colpevolmente sottostimato la mia condizione, ha fatto sì che sono stato costretto ad accettare la realtà di questa mia patologia e a decidermi di sottopormi a una visita ortopedica. Ho preso contatto quindi, con un amico, direttore del reparto ortopedico dell’ospedale di Palestrina, che esaminando le lastre fatte a entrambe le ginocchia, non ha potuto far altro che stabilire la necessità d’impiantare due protesi, quale unica possibilità di evitare guai peggiori, perdurando la situazione d’inerzia fino allora vissuta.

A malincuore, ho acconsentito a sottopormi al trapianto delle protesi e ho iniziato il percorso preoperatorio che si è prolungato per circa cinque mesi, per poi rivelarsi inutile, poiché l’ospedale di Palestrina era carente di medici anestesisti che potessero far fronte a tutte le esigenze dell’ospedale e l’operazione che mi competeva non poteva essere eseguita in tempi brevi, avendo la priorità altre situazioni cliniche più impellenti della mia.

A quel punto, non rimaneva altro che rivolgermi a un’altra realtà ospedaliera.

Una breve indagine su Internet mi ha portato a conoscere altri istituti che facevano questo tipo d’interventi, con una tecnica d’ultima generazione, assistita da un software che garantisce la massima precisione dell’impianto delle protesi.

Sono rimasto favorevolmente colpito dall’ospedale di Avezzano il cui reparto ortopedico, diretto dal dottor Iarussi, vantava una grande esperienza per questo tipo di trapianti, sia delle protesi del ginocchio, sia di quelle dell’anca.

Ne ho parlato con il mio amico dell’ospedale di Palestrina, che mi ha confermato che il suo collega, da lui conosciuto per motivi professionali, meritava tutta la fiducia possibile; si è, inoltre, attivato per contattarlo, con il risultato di avere appreso che dopo pochi giorni, il dottor Iarussi sarebbe stato presente in uno studio medico vicino alla mia abitazione, dove con una certa regolarità riceve i pazienti per una visita.

Mi sono, quindi, recato presso questo studio, previa prenotazione per la visita e il dottor Iarussi, cui è stata sufficiente la radiografia delle ginocchia e un rapido esame delle mie condizioni, quando mi sono steso sul lettino, per sentenziare che l’impianto delle protesi fosse l’unica panacea per risolvere i miei problemi!

Con molta professionalità e determinazione, ha preso nota dei miei dati che avrebbe consegnato alla sua caposala, perché organizzasse il percorso di preospedalizzazione, informandomi per telefono giorno e ora in cui sarei dovuto andare all’ospedale per eseguire gli esami propedeutici all’operazione.

Nel giro di pochi giorni sono stato chiamato, nel corso di una mattinata ho eseguito il percorso e sono tornato a casa, nell’attesa di ricevere la telefonata per ricoverarmi.

Con una precisione e una solerzia che mi ha favorevolmente colpito, sono stato convocato e dopo pochi giorni operato!

La stanza in cui sono stato ricoverato comprendeva quattro letti: il mio e quelli di due altri pazienti, uno dei quali l’avevo già incontrato nello studio medico di Villa Adriana, anche lui in attesa di essere visitato dal dottor Iarussi, che già l’aveva operato l’anno prima a un ginocchio e ora, era pronto per l’altro.

Un altro paziente proveniva da Salerno e aveva già subito anni prima un trapianto che non era riuscito bene e quindi, è dovuto ricorrere a un’altra operazione, che grazie ai progressi della tecnologia, gli avrebbe garantito un risultato ottimale e definitivo per l’articolazione da operare.

Io ero l’unico a sottoporsi per la prima volta a un impianto di protesi nel ginocchio, per ora… Il prossimo sarà deciso dopo diversi mesi dall’attuale e dopo aver valutato la sua fattibilità, secondo le condizioni in cui il primo arto si mostrerà durante la visita, che dovrà stabilire la data della sua esecuzione.

Il giorno successivo al mio ricovero, il quarto letto è stato occupato da un ragazzo che aveva avuto un incidente con la moto che gli ha procurato una frattura scomposta della caviglia sinistra. Anche l’altro letto ha ospitato per pochi giorni altri due pazienti, non solo con problemi ortopedici.

Quest’ampia premessa è finalizzata a inquadrare l’ambiente in cui si sarebbe svolta la nostra vita per alcuni giorni, fino a quando avremmo potuto lasciare l’ospedale per essere dirottati nella struttura sanitaria di Tagliacozzo, deputata, principalmente, al recupero fisioterapico post operatorio.

Questa situazione è stata un’esperienza unica: il primo approccio, da paziente con un ospedale pubblico, finora, il che mi ha indotto un po’ di ansia, vista la condizione della pubblica sanità e tutti gli inconvenienti e problemi che spesso vi accadono, come ampiamente rappresentato sia dai giornali, sia dalle televisioni.

Nel millenovecentonovantanove, subii un intervento chirurgico in una nota clinica di Roma con tutte le comodità e cure che una clinica privata può riservare. Il confronto fra le due condizioni, non poteva non procurarmi qualche preoccupazione…

Devo, onestamente, affermare che queste perplessità sono svanite nel giro di poche ore: il contatto con il personale medico e paramedico, grazie alla loro professionalità, disponibilità e competenza, ha fugato tutti i miei dubbi.

L’umore della stanza ha risentito favorevolmente di questo clima che regnava intorno a noi pazienti, tant’è che si è creata un’empatia tra noi degenti, in particolare, estesa, poi, anche al personale dell’ospedale.

Non è esagerato affermare che in quei giorni, precedenti e successivi agli interventi per l’impianto delle protesi è nata un’amicizia sincera, come solo la condivisione di una “malattia” può indurre, per la compartecipazione al dolore che essa implica e agli inconvenienti che da esso derivano.

Analogamente, questo sentimento di comunanza si è sviluppato anche tra le nostre mogli che avevano legato tra loro grazie alle affinità che le caratterizzavano e che, oltre ad assisterci materialmente e “moralmente”, non mancavano, quando possibile, di uscire dal nosocomio per andare a mangiare insieme in una vicina tavola calda, mentre noi dovevamo accontentarci dei “modesti pasti” (per esser buoni) che l’ospedale ci serviva!

Quest’atmosfera che si era creata ha contribuito ad alleviare le nostre sofferenze e a farcele sopportare con rassegnazione.

Non è possibile elencare le battute che ci scambiavamo, i commenti sulla nostra condizione di operati e sulle difficoltà che avevamo a compiere le azioni più comuni, prime fra tutte quelle di andare ai bagni che erano situati nel corridoio quasi di fronte alla nostra stanza, ma che sembravano lontani e inaccessibili anche con il deambulatore che doveva aiutarci negli spostamenti; sorvolo poi sui commenti riguardanti la difficoltà di compiere le nostre esigenze fisiologiche cui, alcune volte, avevano bisogno di un ausilio per poterle portare a termine…

Vale la pena, citarne una per tutte, che mi ha visto protagonista in una delle notti. Per aggirare la difficoltà di arrivare ai bagni con il deambulatore, perché la mia capacità di muovermi con la gamba sinistra rigida e immobile era quasi nulla, anche per la fatica che i movimenti necessari per scendere dal letto comportavano, decisi di ricorrere al famigerato “pappagallo”, con la convinzione che avrei evitato gli inconvenienti citati, senza immaginare quali altri potessero essere collegati a quella scelta.

Infatti, mi sbagliavo. Dopo un paio di tentativi, nella quasi totale oscurità della stanza, appena rischiarata da luci del corridoio, andati a buon fine, nonostante l’inattesa difficoltà di usare il pappagallo per la fisica impossibilità di accedervi per una regressione anomala dell’organo deputato alla minzione, che a mala pena riusciva a sporgersi nel collo del pappagallo, forse per l’effetto dell’anestesia o dei farmaci somministratimi.

Dopo un certo tempo, ecco riaffacciarsi la necessità di usare di nuovo lo “strumento”. Forte delle esperienze precedenti mi accingo a replicare il tentativo con maggiore sicurezza. Quella stessa sicurezza, però, mi ha indotto a usarlo in modo troppo disinvolto, con il risultato di farmela addosso e di rovesciare tutto il contenuto prima immesso, perché l’avevo sollevato troppo.

Ho cercato di tamponare il tutto con numerosi fogli di scottex, con modesti risultati e ho continuato a rimanere in quelle condizioni per il resto della notte, non chiamando gli infermieri di turno per non disturbare il sonno degli altri pazienti!

La mattina dopo, ho raccontato quello che avevo combinato e com’era prevedibile, sono stato oggetto di scherno da parte di tutti che hanno ampiamente riso del mio “incidente”.

Dopo ancora alcuni giorni in cui ci sono stati somministrati diversi farmaci e compiuti periodici controlli sullo stato delle ferite, ci comunicano il nostro trasferimento presso la struttura sanitaria di Tagliacozzo, in cui avremmo compiuto il ciclo di circa trenta giorni di fisioterapia. Avremmo ivi proseguito la terapia farmacologica e la medicazione delle ferite cui sarebbe seguita, a tempo debito, la rimozione dei punti metallici applicati lungo tutta la ferita che inizia dalla metà coscia fino quasi alla caviglia, per un numero di quaranta circa.

Questo periodo di riabilitazione è stato il più faticoso e anche il più doloroso, per gli esercizi che i fisioterapisti ci facevano compiere per diverse ore del giorno, suddivise fra il mattino e il pomeriggio.

S’inizia subito con il Kinetec, un congegno in cui si pone la gamba operata e questa è automaticamente flessa e distesa dal meccanismo del dispositivo la cui angolazione operativa è gradualmente ampliata di volta in volta, fino a giungere ad un angolo di piega di almeno 110 gradi.

Inutile nascondere che i primi giorni, quando l’attrezzo giungeva alla flessione indicata, il dolore era lancinante e spesso imploravo la fisioterapista assegnatami, il cui nome è Chiara, di modificarne l’angolo: azione che spesso diceva di fare, salvo inserire di nuovo il valore iniziale; un gioco perverso cui mi sono subito assuefatto, perché se la terapia deve essere efficace, va messa in conto anche un po’ di sofferenza!

Quando il tempo dedicato al Kinetec era scaduto, si proseguiva la terapia in quella che gli addetti chiamano “palestra”, dove altri vari strumenti di “tortura” erano allineati e pronti a ricevermi, quasi con sadico compiacimento della mia “torturatrice” Chiara.

A questo punto, è doveroso da parte mia manifestare tutta la mia gratitudine, non solo verso Chiara ma anche nei confronti di tutti gli altri fisioterapisti che io ho soprannominato gli angeli della riabilitazione: Manuela, Francesca, Stefania, Claudia, Emanuela e Pierluigi unico maschio fra cotante donne, che spesso non nascondeva la sua sofferenza per questa condizione che lo pone in uno stato di subordinazione, quasi manifesta, cui deve inevitabilmente sottostare.

Di questa squadra, con la quale abbiamo convissuto, per circa un mese, i miei compagni d’operazione ed io, abbiamo avuto modo di apprezzarne la qualità professionale e umana.

Quella professionale, per la dedizione, la cura e l’attenzione che essi pongono nei confronti dei pazienti loro assegnati, che in molti casi sono persone molto avanti con l’età che hanno bisogno di un impegno maggiore, onere sempre espletato con grande delicatezza e dolcezza, in particolare nei confronti di pazienti molto gravi al cui confronto la nostra condizione era ben poca cosa, facendoci, quindi, riflettere sulle nostre patologie e accettarle con umiltà, senza lamenti inutili.

Quella umana, per la familiarità che si è creata con ognuno dei suoi elementi tale da rendere più sopportabili gli esercizi cui eravamo sottoposti.

Non mancavano le battute, i lazzi e le barzellette che suscitavano le risa di tutti i presenti in palestra con noi.

Come non mancavano, grazie anche alle signore più anziane in cura, gli accenni sulle loro qualità culinarie, sui piatti tipici abruzzesi e via dicendo, che ci procuravano una sofferenza addirittura superiore a quella degli esercizi cui eravamo sottoposti, anche perché dopo la fisioterapia mattutina ci attendeva, alle ore dodici circa, un pranzo abominevole, spesso immangiabile (anche la cena non era da meno!).

Per quanto mi riguarda, sono rimasto in credito con Pier luigi dell’assaggio degli gnocchi con i ceci preparati dalla mamma e tanto decantati. Forse quando ritornerò il prossimo anno per l’operazione al ginocchio destro, riuscirò a degustarli!

A questo proposito, mi preme dire che nel corridoio antistante alle palestre c’era sempre qualche leccornia dolce a disposizione dei fisioterapisti di cui una in particolare, di cui non ricordo il nome, se ne cibava spesso e con voluttà, nella breve pausa che si concedeva.

Rimanendo sempre sull’argomento cibo, non posso evitare di raccontare un episodio avvenuto negli ultimi giorni di degenza: poiché si era diffusamente nota, tra parenti e amici, non solo miei, la pessima qualità del cibo che c’era propinato, nonostante la possibilità di scegliere le pietanze in anticipo, gli orari della sua distribuzione erano diventati un’angoscia da sopportare più delle cure fisioterapiche e mediche. Questa situazione ha offerto l’occasione a un gruppetto di amici, già colleghi della banca, dove lavoravo e soci, come me, dell’associazione pensionati di venire a trovarmi preavvisandomi che avrebbero portato un pranzo completo e abbondante intorno alle tredici circa di un giorno prestabilito.

Conoscendo bene i soggetti in questione, ho apprezzato molto l’iniziativa, che ho comunicato al mio compagno di stanza Alberto, che avrebbe condiviso, ovviamente, anche lui, questa gradita sorpresa.

Dopo un paio di giorni fui avvisato telefonicamente che verso l’una sarebbero arrivati con tutto il necessario per imbandire un pranzo nella nostra stanza d’ospedale.

Alberto ed io rientrati nella stanza, dopo la quotidiana seduta fisioterapica, ci siamo dati da fare per approntarla per ospitare i miei amici alla meglio. Mentre il tempo trascorreva, cresceva anche l’ansia e il desiderio di mangiare finalmente un pasto degno e soddisfacente; il tempo sembrava che si fosse dilatato e anche un minimo ritardo ci angosciava. Comunque, dopo le tredici, sono arrivati, Carmelo, Giorgio e Piero, ognuno con una sporta contenente il necessario per mangiare: il ritardo era dovuto al fatto che erano andati in un ristorante, per la precisione il Miramonti di Tagliacozzo, per ordinare il pranzo.

Esso consisteva in un primo di mezze maniche alla matriciana, opportunamente confezionate entro contenitori trasparenti a chiusura ermetica giunti molto caldi, seguivano, poi, due “vaschette” di alluminio con una quindicina di salsicce cotte alla brace in una e nell’altra abbondante cicoria ripassata. A tutto ciò si aggiungeva una bottiglia di vino bianco, pane, piatti, bicchieri e tovaglioli; poi abbiamo scoperto anche una busta contenente numerose fette di “coppa” acquistate da un macellaio adiacente al ristorante e un piccolo vassoio con dei dolcetti al marzapane, acquistati a Roma.

Inutile dire che tanta bontà mi ha lasciato di stucco e commosso e abbiamo tutti mangiato, con gran piacere quasi tutto, anche se le porzioni di pasta erano più che abbondanti, tant’è che una l’abbiamo condivisa con altri degenti di un’altra stanza.

Alberto ed io eravamo in pieno deliquio e ci siamo riconsolati nello spirito, anche se dovevamo soffrire ancora per qualche giorno, ma le dimissioni erano ormai vicine e quella giornata trascorsa in compagnia degli amici ci aveva rinfrancato lo spirito e potevano sopportare ancora qualche giorno di terapia e… di “pranzi”!

In conclusione, per tornare al centro della vicenda, quella che doveva essere la fase più lunga e dolorosa della nostra degenza, si è tramutata, grazie a tutti, pazienti e fisioterapisti, in un’occasione d’incontro e di piacevole scambio di conoscenze, che proseguiva anche nella corsia dove ci sono le stanze di degenza e perfino nel corridoio centrale dove, alcuni di noi si riunivano in un vero e proprio “salotto”.

Tutto ciò ha fatto sì che quando qualcuno era dimesso e tornava a casa ci si salutava con calore, abbracci e un pizzico di malinconia.

Questo era il giusto epilogo di un’esperienza di sofferenza che riesce ad accomunare alcune persone, più di altre, uscendone arricchite spiritualmente.

Analogo comportamento è stato tenuto nei confronti, non solo della “squadra” dei fisioterapisti, ma anche delle infermiere del piano cui vanno il mio sincero saluto e il ringraziamento per il loro comportamento, dovuto certamente, ma eseguito con grande professionalità e umanità!

Arrivederci al prossimo anno!

 

 

 

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Incontro con l’Imperatore Adriano

 

 

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IL CANOPO

“Incontro” con Adriano Publio Elio Traiano, imperatore di Roma dal 117 al 138 d. C.

 Io abito nella frazione di Tivoli, Villa Adriana, il cui nome giustamente, si rifà alla sua posizione territoriale, nella quale è compresa la monumentale residenza dell’imperatore Adriano da lui intensamente voluta, nella campagna laziale, come residenza extraurbana, per il suo piacere di appartarsi in un luogo tranquillo e ameno in compagnia della sua corte e del suo amato Antinoo, quando tornava dai suoi numerosi viaggi nelle province del suo vasto impero.

Nel complesso di circa centoventi ettari, ricco di fonti d’acqua, che dista una trentina di chilometri dall’Urbe, viveva e operava un numero imprecisato di schiavi e di liberti, dediti alla cura e alla manutenzione dei suoi numerosi monumenti, cui si aggiungevano artigiani e operai e anche dei militari addetti alla sicurezza dell’imperatore oltre alla sua corte di dignitari e amici: il tutto per una popolazione di questa piccola “città” che si stimava intorno alle quindicimila persone.

Adriano che si occupava, fra le altre cose, anche di architettura, fece costruire questa sontuosa “villa” nella quale furono riprodotti i monumenti più celebri da lui ammirati, nelle province senatorie, in quelle imperiali, negli stati vassalli e in quelli da lui conquistati durante il suo regno.

Detti monumenti furono riprodotti in scala ridotta, ma attribuendo loro il nome originario quali: Il Liceo, L’Accademia, il Pritaneo, il Canopo, il Pecile, la valle di Tempe ed altri ancora.

Villa Adriana rappresenta così, un grande “luogo della memoria” di un uomo straordinario

Nel comprensorio dove abito, che dista meno di un chilometro in linea d’aria dalla residenza di Adriano, tutte le strade hanno nomi riferiti ai monumenti adrianei: nella fattispecie io abito in via del “Pecile”.

Questa posizione contigua al complesso archeologico di Villa Adriana, secondo, forse, solo a quello di Pompei, mi ha affascinato fin dal primo momento. Diverse volte, nel corso degli anni, l’ho visitato e fotografato, respirando quell’atmosfera magica che tanto piaceva all’Imperatore e che mi ha coinvolto, come sempre mi accade nei luoghi della storia che ho visitato e davanti alle opere d’arte, in ogni loro espressione; sensazioni che ho sempre provato nei numerosi e bei luoghi di storia ed arte di cui il nostro paese è pieno, anche se spesso trascurati e poco valorizzati.

La contiguità con la “villa” di Adriano non poteva sfuggire a questo mio coinvolgimento culturale ed emotivo, spesso sono solito scherzare con gli amici dicendo: ”Ogni tanto, vista la vicinanza di Adriano l’invito a venire a casa mia per offrirgli un caffè!”

Scherzi a parte, questa battuta e quanto precede sono solo la premessa di un piccolo ma particolareggiato evento onirico che ho avuto, che non è il solo accadutomi negli ultimi anni.

In questo sogno, che spero di ricordare in maniera sufficientemente precisa, sono stato proiettato all’interno della “villa” Imperiale, attraversando il portale della prima parte del suo monumentale complesso architettonico. Questa prima parte è, guarda caso, la struttura edilizia del Pecile, da cui, come scritto prima, prende il nome la via dove abito.

Il nome Pecile, di origine greca, significa “portico dipinto”, dal nome di uno dei portici dell’Agorà di Atene, che fu così chiamato dopo esser stato decorato, nel quinto secolo a.C., con pitture che si rifacevano alla mitologia greca, alla distruzione di Troia, alla battaglia di Maratona.

Nel Pecile si conservavano le armi tolte ai nemici; vi si riunivano i filosofi seguaci di Zenone: gli stoici.

La funzione più importante di detta area era, appunto, la serenità e la quiete che in essa si poteva godere, lasciando un opportuno spazio dedicato alla meditazione e alle discussioni filosofiche, grazie alle alte mura perimetrali che soffocavano i rumori ed i clamori della vita quotidiana che si svolgeva oltre esse!

Mentre continuo a inoltrarmi nel Pecile, da lontano inizio a distinguere alcune persone che indossavano delle sontuose toghe e passeggiavano tranquillamente parlando fra loro; ogni tanto si fermavano facendo corona a un personaggio centrale che doveva essere il più nobile di essi.

La visione era ancora confusa, come pure il ricordo ma questo piccolo capannello di persone mi colpisce e spinto dalla curiosità continuo a camminare verso di loro, non senza un po’ di emozione che, però, mi comunicava sensazioni piacevoli: stavo per entrare in contatto con dei veri e nobili romani!

Non avrei mai immaginato che fra loro ci fosse stato proprio lui: l’imperatore Adriano Publio Elio Traiano.

Lo riconobbi quasi subito, quando coloro che lo contornano si fermano per girarsi verso di me: un insolito straniero e vedo il suo volto ornato da una barba curata, caratteristica questa, che avevo letto essere una peculiarità unica fra gli imperatori romani, dovuta al suo omaggio verso la filosofia greca.

“Bene e ora cosa faccio, come mi comporto e prima di tutto come parlo con questi uomini e con l’imperatore, che atteggiamento devo avere; non ho conoscenza di un protocollo da rispettare e se suscitassi diffidenza e rappresentassi un pericolo per l’imperatore?” Però, non vedendo una scorta di pretoriani, mi tranquillizzai un po’.

La mia coscienza fece il resto, dicendomi: guarda che il sogno è tuo, mica dell’Imperatore e dei suoi compagni!

“Giusto, mi son detto, che cosa mi potrà mai capitare oltre allo svegliarmi?”

Mi avvicino al piccolo gruppo che già mormora qualcosa che non comprendo, sicuramente chiedendosi chi sono e “cosa” sono, visto il mio aspetto di millenovecento anni futuri, che a loro appariva come un’immagine buffa, a sentire anche dalle loro risate.

L’unico rimasto serio ma meravigliato come gli altri, è proprio l’Imperatore che, dopo alcuni secondi, fa zittire i suoi compagni e mi fa cenno di avvicinarmi.

Mi faccio coraggio e raggiungo il gruppo, fermandomi davanti all’Imperatore.

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La figura dell’imperatore era degna della sua fama, tramandata nei secoli e spesso citata quale esempio di persona illuminata, autorevole e lungimirante.

Era di origine spagnola, appartenente alla famiglia senatoria di Italica, antica città romana della provincia di Baetica.

Connazionale di Traiano, quindi, il quale dopo aver ricoperto numerose importanti magistrature, preliminari alla carriera senatoria, oltre ad aver servito come tribuno militare in varie parti dell’impero ed essere stato scelto da Traiano come questore nella prima guerra contro la Dacia, tribuno della plebe, pretore, comandante di legioni nella Germania meridionale, pluridecorato, governatore della Pannonia dall’anno 107, dove aveva sconfitto gli Iazigi, fu infine eletto console.

Le sue esperienze belliche e di amministratore delle province e già iniziato ai segreti di governo quando era nella corte di Traiano, le sue doti politiche e umanistiche unite a una straordinaria coscienza del dovere e alla sua volontà di pace lo indicavano come il candidato ideale per diventare imperatore.

Così fu!

Egli era anche uno storico, un letterato, un filosofo, un amante degli scrittori latini più antichi quali: Ennio, Celio, Catone. Componeva epigrammi sia in latino sia in greco e la sua mente era sempre disposta ad apprezzare ciò che era degno di esser visto e conosciuto.

Adriano aveva una personalità complessa, ascese al potere nel 117 ma ritornò a Roma nel 118, prendendosela calma preferendo ancora soggiornare in Oriente.

Non era, anche lui, scevro dal prendere delle decisioni drastiche, ad esempio, contro coloro che parteciparono a una congiura di alcuni militari di alto rango che miravano alla conquista del trono.

È indubbio che il suo regno sia stato uno dei più illuminati della storia dell’impero Romano, che sotto di lui raggiunse il massimo delle dimensioni, comprendendo buona parte dell’Europa, dell’Africa del nord, dell’oriente fino alla Mesopotamia, confinante con I Parti a Est e con il vallo di Adriano a nord nella Britannia.

Va da sé che queste notizie le ho acquisite documentandomi fra i testi della mia libreria e non certo dal “sogno” dell’Imperatore.

Era il minimo che potessi fare nei confronti di questo personaggio, definito uno dei più enigmatici della storia, che tanta attenzione ha suscitato tra gli studiosi e gli scrittori: già durante il suo regno egli era indicato come “benefattore dell’umanità” e “tiranno sanguinario”, pur senza prove sufficienti a suffragio.

Queste caratteristiche della sua personalità sono state all’origine anche del romanzo storico francese della scrittrice Marguerite Yourcenar: “Memorie di Adriano” che prende le mosse dalla lettera scritta al giovane Marco Aurelio, erede al trono.

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Torniamo al mio “sogno”.

L’emozione è tanta, come pure l’imbarazzo di dover colloquiare con questi personaggi che parleranno solo in latino, lingua da me studiata ma anche dimenticata dopo tanti anni!

“Ave Adrianus Imperator, Sergius romanus civis te salutat… non latine loquor”.

“Ave tibi Sergius!” esclama Adriano.

“Adesso che ho finito le parole in latino come vado avanti?”

“Prosegui pure Sergio io ti comprendo.” Dice con voce suadente l’Imperatore.

“Lei parla la mia lingua che, anche se discende dal latino è molto diversa dalla sua Imperatore.”

“Lascia stare Imperatore e chiamami solo Adriano.”

“Bene mi sento molto sollevato, grazie, ma lei come mai parla italiano?” Replico con grande curiosità.

“Il sogno è il suo, non il mio, poi è tanto tempo che non sogno più e avermi coinvolto nel suo è per me un grande piacere, finalmente dopo tanti secoli, posso parlare con qualcuno che non sia della mia corte!”

“Se lo dice lei, sono contento e lusingato.”“Come mai tu stai sognando me e la mia dimora?”

“Non lo so… credo che sia l’ammirazione per la sua residenza, per la sua persona, per l’interesse che ho verso la storia di Roma, per l’impero che ha creato dominando tutte le terre all’epoca note, per alcuni secoli.”

“Ah bene, mi fa piacere che la nostra storia e vita interessi anche tu che vivi nel futuro; a proposito, di quale secolo sei?” mi chiede con una grande curiosità e con un sorriso accattivante sul volto.

“Rispetto a lei Adriano ci dividono milleottocentosettantotto anni!”

“Sono tanti e Roma com’è, esiste ancora?”

“Certo che esiste ancora ed è una delle più belle città del mondo della nostra epoca, grazie a voi, nostri antenati, che ci avete lasciato delle memorie storiche monumentali ancora visibili, pur se degradate dal tempo e dagli uomini, cui devono aggiungersi le memorie letterarie dei vostri scrittori e poeti che ancora sono studiati in gran parte della Terra!”

“Questo mi da una grande soddisfazione: qualcuno di noi, a Roma ha lavorato bene, quindi e siamo riusciti a rimanere importanti e ammirati in tanti secoli!” afferma Adriano con gli occhi lucidi.

“Le dirò di più Adriano: lei in particolare, gode ancora di un prestigio e di un’ammirazione meritata per la sua personalità, per la sua gestione del grande potere che le fu affidato, in tutto l’impero, per la continua ricerca della pace fra i tanti popoli amministrati e confinanti con il “suo” impero, i cui abitanti lo veneravano come un dio; grazie a lei esso ha vissuto gli anni migliori della sua esistenza. Tutto ciò ha fatto sì che lei sia tuttora oggetto di studi e molti storici e scrittori hanno perpetuato con le loro opere il suo ricordo: Publio Elio Adriano Traiano!”.

Adriano stava per replicare, quando sono stato svegliato bruscamente perché era tardi ed un impegno mi attendeva e non potevo tardare.

Credo che Adriano non se la sia presa a male per la brusca interruzione, anzi ritengo di avergli procurato un gran piacere con le notizie che gli ho dato.

Un piacere che ho provato anche io, dal mio “vicino” di casa!

 

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Il plastico che riproduce la struttura originaria della Villa di Adriano

 

 

 

 

 

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L’ALDILÀ con premessa.

Dopo aver letto un arguto e serio confronto fra due giornalisti, quali Renato Farina e Vittorio Feltri, sulla esistenza o meno dell'”Aldilà”: il primo convinto che ci sia vita dopo la morte ed il secondo che, invece, ha la prova che non c’è nulla, mi sono ricordato di un mio scritto, dal titolo “L’aldilà” dedicato al mio carissimo Mauro morto nel 2000, dove mi confronto con questo eterno dilemma, proprio con lui e che ripropongo alla lettura di chi avrà la compiacenza di farlo.

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L’ALDILÀ

Una folla immensa vaga in uno spazio, se così si può definire, altrettanto grande. Un apparente disordine regna in questo luogo in cui tutti sembriamo uguali, ma ci si riconosce senza difficoltà.

Non comprendo bene né dove sono né il perché, riesco però a riconoscere tante persone che sono morte anche da molto tempo, nonostante la confusione e la moltitudine di… già di cosa?

“Sono persone, anime, essenze incorporee… allora sono in “Paradiso!”  Mi chiedo non senza stupore. “È fatto così il paradiso? Una luce diffusa, irreale che non saprei descrivere; un numero infinito di presenze in un “ambiente” che non rassomiglia a nulla di conosciuto”.

Muovo i primi timidi passi, anche se non ho la consueta sensazione del camminare e quasi subito, credo (perché tutte le mie percezioni non sembra che rispondano più alle normali leggi fisiche) incontro Mauro, il mio carissimo amico scomparso prematuramente a causa di un incidente stradale.

“Mauro che bello rivederti!” “Anche per me Sergio!” Esclama con la massima cordialità. Faccio l’atto di abbracciarlo e mi rendo subito conto che non è possibile: siamo entrambi fisicamente inconsistenti.

“E che cavolo, dopo tanto tempo ti ritrovo e non posso nemmeno abbracciarti!” Dico, decisamente contrariato.

“Sergio qui l’unica realtà è quella che vedi, non ci sono più le dimensioni dello spazio e del tempo, le percezioni sensoriali sono tutte dell’anima, non esiste altro. Non c’è terra, non c’è cielo, non c’è ieri, non c’è oggi, non ci sarà domani!” Mi spiega Mauro con atteggiamento ieratico.

“Ho capito, cioè mica tanto. Avevo provato ad immaginare, qualche volta, come fosse l’aldilà e soprattutto se ci fosse ed ora mi rendo conto che, da vivi, non si può immaginare nulla di simile!” “Ora che sono morto, però, faccio fatica lo stesso, perché?” Domando a Mauro fissando la sua immagine o meglio la sua anima.

“Perché, caro Sergio, tu stai ancora sul confine che separa la dimensione terrena da quella dell’anima e ancora sei attaccato alla tua fisicità. Se supererai questo confine, cosa che non è certa, allora e solo allora tutto ti sarà chiaro!” Continuo a fissarlo con scetticismo.

“Non pretendere di capire tutto… ora!”

“Va bene, ma che fate qui? Come trascorrete il tempo o quello che esiste in questa dimensione? Parlate, come stiamo parlando noi? E di che cosa? A cosa serve tutto ciò in assenza di una “fisicità”, in questa specie di ipermondo perfetto sempre esistito? Scusami Mauro ma ho l’impressione che tutto questo sia di una noia mortale, cioè, volevo dire, enorme…che palle! Si può dire che palle, anche se non esistono più?”

Mauro, con uno sguardo benevolo, risponde: “Si può dire tutto, ma non si dice perché le tue sono espressioni tipicamente terrene, quando si è qui, definitivamente, tutto cambia e si adatta al nuovo stato e la precedente condizione viene dimenticata”

Continuo a guardarlo sempre con lo sguardo dubbioso ed un’espressione di palese scetticismo.

“Vedi, caro Sergio, tu sei ancora sulla linea di confine che demarca la vita terrena da questa. Anch’io ho provato quello che tu manifesti ora, ma, poi, non ti poni più alcuna domanda, perché hai raggiunto la perfetta beatitudine!”

“Beatitudine e che significa? La mancanza di stimoli, di progetti, di passioni, del senso del futuro, del ricordo del passato, dei rapporti interpersonali, delle esperienze, anche in una dimensione come questa, dell’anima, non credo si possa sopportare”. “Vero è che, se Lui provvede anche a queste necessità, pur se non so come, può anche andare…ma che noia, mamma mia!” “Che esistenza è mai questa, perché è pur sempre definibile esistenza, vero? “Non è un’illusione!”

“Sì”. Risponde Mauro.

“E se fosse tutto solo un mio sogno?”

“No!”

“E come fai a dirlo? Ah, già, qui sapete tutto!”

“Mauro, sai che ti dico? A me ‘sta cosa non mi piace. Stavo tanto bene di “là”, con tutti i casini che ci sono, i problemi, i drammi, il buco dell’ozono e così via. “Là” so’ vivo, qui so’ morto… anche come “anima”, cavolo!”

“Sarà che non lo posso ancora capire e che quando lo capirò tutto sembrerà normale, ma è meglio che non ci pensi e preferisco credere che quando si giungerà al limite della vita, la corrente dell’esistenza venga semplicemente staccata, come il click di un interruttore e non c’è più nulla e nemmeno ti puoi rendere conto che non c’è più nulla e…tanti saluti!”

“Sergio io non posso dirti più niente, se non sarà come pensi tu lo scoprirai, ora posso solo confermati che tu stai in bilico su quel confine e ancora non è giunto il momento di varcarlo, quindi…”

Mauro non finisce la frase che sono preso da un vortice, fluttuo in una nebbia, ho la sensazione di atterrare dolcemente. Apro gli occhi: sono in una sala illuminata da una luce soffusa e piena di macchinari. Non posso parlare, ho un tubo nella gola. In un attimo ricordo tutto: l’incidente, la corsa all’ospedale poi più nulla.

Un’infermiera s’accorge che ho gli occhi aperti, si avvicina, ha il volto dolce e sorridente:

“È tornato fra noi, il peggio è passato…”

Recupero la coscienza del mio stato e della mia esperienza “onirica”, presumo…con qualche dubbio, tanto essa è viva e presente nella mia mente.

<Aveva ragione Mauro, non era ancora la mia ora ed il “confine” non l’ho superato!> Penso. <Ma se veramente “oltre” c’è quello che ho visto… per carità è molto meglio stare da questa parte, sofferenze comprese.>

< Si sono avvicinati i dottori e gli infermieri. Si rientra nei ranghi e si continua, finché…>

 

 

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Nell’occasione del decimo anniversario della morte di Oriana Fallaci e finalmente della dedica da parte della “sua” Firenze di una piazza, mi sento di riproporre un mio scritto di qualche anno fa, con il quale m’inserii in una controversa discussione, nata in uno dei siti di letteratura cui ero iscritto, riconoscendolo sempre attuale…

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Siamo alle solite!

Sulla Fallaci continua la mistificazione e la superficialità con cui si “giudicano” le sue libere esternazioni, forse, perché, inconsciamente, le s’invidia un’autonomia di giudizio, che le proviene dalla sua storia personale, dalla sua cultura antifascista, dai suoi trascorsi partigiani (malgrado la giovane età), dalla sua esperienza di giornalista e scrittrice e dalla sua conoscenza dell’Islam, autonomia, che molti dei nostri cosiddetti intellettuali, hanno, ormai, relegato tra le spire del loro omologato cervello, cedendo al pensiero corrente, all’abusato “politicamente corretto”!

Sono sicuro, tra l’altro, che molti suoi detrattori dell’ultima ora, perché prima dell’undici settembre 2001, non ne ricordo tanti, non abbiano nemmeno letto completamente i suoi libri recenti, dove disquisisce con invidiabile lucidità, completezza e conoscenza il “problema” dell’’Islam e del suo fondamentalismo religioso che, quello sì, è alla base del terrorismo e dell’estremismo, che ha facile presa sulle menti deboli, atrofizzate da 14 secoli d’immobilismo religioso e culturale e non abituate a ragionare ed al confronto delle idee,  come siamo noi “infedeli” e “porci” (perché cristiani), dopo quasi altrettanti secoli di sviluppo culturale ed intellettuale!

Non dimentichiamo che sfruttando problemi, in parte anche alimentati da loro, gli “islamici” hanno ridato vigore alla lotta santa “il jhiad”, già contemplata nel loro sacro ed UNICO testo, con il quale dopo 14 secoli (ripeto) ancora scadenzano la loro vita religiosa e sociale.

Non dimentichiamo che hanno iniziato loro e non dimentichiamo che tutti i fenomeni negativi politico/culturali, con o senza profonde radicazioni religiose, hanno preso le mosse da pochi per poi diventare fenomeni di massa, che hanno coinvolto il mondo intero!

Per completezza d’informazione, visto che qualcuno ha citato l’intervista della Fallaci al New Yorker – giornale al di sopra di ogni sospetto perché notoriamente schierato a “sinistra” (anche se la sinistra americana è tutt’altra cosa della nostra, anzi delle nostre!) – riportata dal giornale La Repubblica, il cui orientamento è noto e gli impedisce di essere completamente obiettivo e d’informare, come sarebbe doveroso per un “giornale” riportando i fatti nella sua interezza, senza “adattarli” al suo pensiero editoriale, per completezza, dicevo, mi permetto di aggiungere alcune considerazioni.

Spero che tutti coloro che avranno la curiosità e l’onestà intellettuale di leggere sino in fondo, conoscano la storia umana, politica e culturale della Fallaci. Quella storia che, quando lessi il primo articolo sul Corsera: “La rabbia e l’orgoglio”, poi, trasformato in un libro, m’indusse a leggerlo con una certa diffidenza.

Ebbene, non ho remore ad affermare che, alla fine della lettura, pur essendo di formazione politica e culturale diversa, ero in preda ad una forte e sincera emozione, come non mi accadeva da anni.

Nonostante fossi prevenuto contro di lei, dovetti, onestamente, riconoscere la coerenza, la lucidità e l’inoppugnabilità delle sue asserzioni. Tutte queste sensazioni, si sono puntualmente ripetute alla lettura dei suoi successivi libri ed articoli.

Non condivido, pertanto, l’acrimonia irrazionale nei suoi confronti, quando tranquillamente si passano sotto silenzio affermazioni di altri individui ben più gravi, perché gratuite ed irrazionali. Non nascondo che i suoi scritti siano pervasi da una vis polemica forte ed accorata, ma, sicuramente, sono sincere ed affrontano il problema nell’unico modo in cui dovrebbe essere affrontato: realisticamente e senza cedimenti ipocriti o strumentali.

Riporto, di seguito e virgolettato, dei passaggi che Repubblica non mi pare abbia nemmeno citato. Il solo fatto di aprire l’articolo titolando: “intervista choc…”, già la dice lunga e squalifica il giornale ed il suo redattore.

“La situazione è la stessa del patto di Monaco del ’38. I musulmani rifiutano la nostra cultura e cercano d’imporre la loro. Io li rifiuto e non solo è un dovere nei confronti della mia civiltà, delle mie radici cristiane. È mio dovere nei confronti della tradizione di lotte per la libertà che ho combattuto contro i nazisti. L’islamismo è il nuovo nazifascismo. Non c’è compromesso possibile. Chi non lo capisce alimenta il suicidio dell’Occidente”. (non dimenticate, pure, che gli arabi erano alleati di Hitler…)

Prosegue: “Vivono a nostre spese, hanno scuole ospedali, tutto”. “Vogliono costruire dannate moschee ovunque”.

“Se sarò ancora viva, andrò dai miei amici di Carrara, sa? Dove c’è il marmo famoso. Sono tutti anarchici. Con loro, mi procurerò gli esplosivi. La farò saltare in aria. La farò esplodere! Con gli anarchici di Carrara. Non voglio vedere questa moschea: è molto vicina alla mia casa in Toscana. Non voglio vedere un minareto di 24 metri nel panorama di Giotto. Quando io non posso nemmeno indossare una croce o leggere la Bibbia nei loro paesi! E allora, la faccio saltare!”

“Sono conosciuta per una vita spesa in una battaglia per la libertà, che include la libertà di religione. Ma questa non include la sottomissione ad una religione che vuole annichilire le altre!”

“Le cose che prima non dicevo per timidezza, ora le grido a bocca aperta. E dico: che volete farmi? Andate a farvi fottere. Dico quello che mi pare!”

Mi sembra che non ci sia altro da aggiungere!

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Il riconoscimento per il mio ultimo libro: “La collezionista di…”, è arrivato prima della cerimonia di premiazione prevista per il 25 settembre. Un modo originale per avvisare l’interessato del riconoscimento, c0n l’aggiunta di una nota che m’informa che solo per pochissimi voti, l’opera non è rientrata nel novero dei finalisti!

Va bene così, se si considera che alcuni concorsi non contemplano la spedizione dei premi, qualunque essi siano, al domicilio dell’autore, anche se questi è disposto a pagare le spese!

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THE FOLLO LINE PROJECT

Pubblico alcune delle foto recenti circa l’installazione della prima scavatrice TBM, delle quattro previste per il lavoro suindicato nella città di Oslo. Progetto cui ha lavorato mio figlio e che la sua società Ghella spa si è aggiudicato insieme alla Acciona spagnola.

Detto progetto, il cui costo è di due miliardi di euro è iniziato già da un anno circa e ora proseguirà con l’apertura di quattro gallerie ferroviarie, con l’ausilio di quattro TBM il cui costo di ognuna è di venti milioni di euro.

Si prevedono altri cinque anni per finire l’opera che è stata definita la più importante e costosa dell’Unione Europea.

Mio figlio appare nelle foto insieme anche a un collega ingegnere, in altre che non ho potuto scaricare è raffigurato anche l’ingegner Ghella A.D. della società, presente alla messa in opera di questa prima macchina.

 

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IMG_0387IMG_0266 12814485Questa è la foto dell’ultima TBM costruita in Germania, pronta ad essere inviata ad Oslo2814482Anche qui era presente mio figlio: il primo a sinistra.

Questa opera, ovviamente, è un vanto ed un esempio delle capacità della nostra Nazione nel particolare settore delle infrastrutture di grande complessità e delle capacità tecniche, logistiche e del riconoscimento a livello mondiale delle qualità delle imprese italiane!

(P.S. il programma di word press per le foto da inserire lascia a desiderare, sono tre volte che cerco di sistemare le foto ma alcune tornano sempre capovolte!)

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Ore 3,34 del 24 agosto 2016

Un tremore della libreria e del letto, nonché dell’armadio nell’altra camera, mi sveglia dal torpore che, da tempo, caratterizza le mie notti dal sonno molto irregolare.

Altrettanto accade a mia moglie ed entrambi, memori dell’analoga situazione del 6 aprile 2009, che fu più forte tanto da farmi intuire un terremoto molto violento se, noi, così lontani dall’Aquila, l’abbiamo “avvertito” distintamente; così fu, infatti, e tutti sappiamo quale catastrofe avvenne.

In quest’occasione, la dimensione del sisma che sembrava più contenuta, ci ha indotto a pensare a un epicentro più lontano o a una magnitudine inferiore.

Nessuno di noi due ha più ripreso a dormire e attraverso la televisione abbiamo iniziato a seguire le notizie sull’evento, che, più il tempo trascorreva, più delineavano un quadro della situazione dei numerosi paesi e frazioni coinvolte, sempre più drammatico.

Tutto il resto della notte proseguì così.

Solo la mattina presto, mentre proseguivamo la visione dei notiziari televisivi, mi venne in mente di verificare l’orario del sisma dell’Aquila, sul quale scrissi una pagina in occasione del funerale di 205 vittime delle 290 accertate: l’orario era quello delle 3,32 quasi identico a quello in questione. Ne ho fatto cenno su FB solo per evidenziare la coincidenza sconvolgente ma occasionale.

La mia iniziativa attuale, dopo l’introduzione che è una nota di colore, ha ben altri intenti.

In primis devo ammettere, essendo sempre stato molto critico nei confronti delle omelie funebri, di esser rimasto molto colpito da quella del vescovo d’Ercole, del tutto non convenzionale, per la sua semplicità, chiarezza e vicinanza al sentire dei sopravvissuti.

La mia età ha conosciuto numerosi di questi tragici eventi legati alla diffusa rischiosità geologica della nostra terra: Belice 1968, Irpinia 1980, Friuli 1976, L’Aquila 2009, Emilia Romagna 2012, Umbria e Marche 1997, Basilicata e Calabria 1998, oggi Italia centrale 2016.

Questo è un dato storico agghiacciante al quale si coniuga un altro terrificante connotato, forse, più distruttivo dello stesso terremoto: l’incapacità di gestire le emergenze con professionalità e prontezza degli interventi che era accettabile per gli episodi più lontani nel tempo, per ovvi motivi legati alle strutture inadeguate e agli enti preposti ancora impreparati a far fronte a simili eventi, sia con gli uomini e sia con i mezzi tecnici inadatti, non è più tollerabile nel 2016.

Questa capacità di affrontare nel modo giusto e nei tempi adeguati le grandi difficoltà che si presentano in queste calamità, è migliorata molto, pur se nella situazione in questione, sono giunti per primi i volontari e gli “sciacalli”, rispetto alle forze deputate all’uopo giunte, se non vado errato, dopo circa cinque sei ore…

Comunque sia, l’emergenza immediata è stata efficiente, considerando l’estensione e l’orografia dei luoghi.

Lo dimostrano le persone estratte dalle macerie, ancora vive e la logistica in generale.

Quello che m’impensierisce e deve preoccuparci è l’evolversi del dopo “emergenza”!

Il problema vero è non solo reperire le risorse ingenti necessarie per la ricostruzione delle zone distrutte, ma la capacità di governare la sua attuazione, visti i precedenti di molti dei terremoti citati, le cui comunità versano ancora in precarie condizioni di vivibilità umana e sociale.

Quando si scopre, in questo caso e in altri, che i soldi per l’attuazione delle modifiche antisismiche c’erano e sono rimasti inutilizzati e/o spesi malamente perché nessuno controllava i lavori, le qualità dei materiali e tutto ciò che inerisce ai lavori edili in siti a rischio sismico, c’è da nutrire più di un dubbio e ciò costituisce un altro terremoto, di cui non è colpevole la Natura, ma la natura umana degli amministratori pubblici a tutti i livelli, cui deve aggiungersi l’ignavia, quando non la corresponsabilità di ciò, grazie alla corruzione strisciante che s’insinua negli appalti pubblici, quindi, all’inquinamento e alla connivenza con imprese prive di scrupoli che usano più sabbia che cemento, sicure della mancanza dei controlli da parte dei tecnici preposti a questo.

Ora di fronte a tutto ciò, ci dobbiamo fare un grande esame di coscienza e pretendere che finalmente chi è deputato ad amministrare e favorire le iniziative a favore delle proprie comunità, si adoperi, finalmente, a svolgere il proprio lavoro con onestà, competenza e buona lena, senza rimanere impigliati nelle maglie di una burocrazia becera e ottusa, con i suoi regolamenti e protocolli creati nelle grigie stanze della cosiddetta “Pubblica amministrazione”.

Il governo, per il momento sbandiera i primi 50 milioni di € per le “prime” necessità; scopre, finalmente forse, che spendere per la prevenzione rappresenta un risparmio notevole,  non solo negli eventi sismici ma anche per quelli del territorio colpito dalle calamità “naturali” che, spesso, normali non sono, ma solo il frutto dell’incuria e d’inaccettabile indolenza e di assenza di responsabilità verso noi cittadini e verso la Nazione.

Le risorse da raccogliere per avviare dei programmi seri di consolidamento degli immobili, degli uffici pubblici, delle scuole, dei siti religiosi e archeologici ecc. saranno immani ma, a conti fatti con l’esperienza acquisita, sempre inferiori a quelle necessarie per ripristinare, ricostruire e… ridare fiducia e speranza alle comunità che hanno sempre contribuito, con le loro, spesso ingenti tassazioni, a finanziare una macchina statale, che quando, poi, dovrebbe ricambiare i cittadini per metterli in condizioni di riavere le loro case, le loro attività agricole, artigianali e industriali, le vite sociali, culturali delle loro comunità, va letteralmente in panne come una vecchia auto che ha percorso troppi chilometri (nel senso sbagliato però) e che non trova mai un meccanico in grado di rimetterla in cammino… senza più rompersi!

I soldi, se si ha la volontà politica e la capacità caratteriale di mantenere le numerose promesse e gli impegni, tanto sbandierati negli ultimi anni, si possono trovare, almeno in buona parte dall’attuazione di quella fantomatica e mai attuata (se non in piccola parte) della riduzione delle spese e degli sprechi pubblici!

Intanto, s’inizi ad abolire tutti i vitalizi non derivanti da contribuzioni effettuate; si diminuiscano gli stipendi dei boiardi pubblici e di alcuni dipendenti come gli addetti alla Camera e al Senato, (barbiere più di centomila euro l’anno, commessi intorno agli 8/10mila euro mensili); il segretario della camera che ha uno stipendio superiore a quello di Obama; alla Banca d’Italia; ai consiglieri regionali; agli Enti pubblici, la cui chiusura è sempre e solo stata annunciata; agli sprechi per le scorte inutili; alle manifestazioni inutili o meglio solo utili a fini elettoralistici e via dicendo!

In poche parole lo Stato (con la S maiuscola), si comporti finalmente come recita il codice civile, da buon padre di famiglia e non da dissennato dissipatore di risorse economiche e umane, affinché ci garantisca a tutti noi, fieri di essere Italiani, finalmente di sentirci “Cittadini” e non solo sudditi, tra l’altro pure compiacenti!

Non provi a ricorrere a operazioni subdole e addirittura a prelievi dalle pensioni o altre misure contro il buon senso, perché gli elettori alla fine ripagheranno i politici con aumentare la disaffezione verso “La casta”.

Lasci che gli italiani scelgano di propria volontà di dimostrare la generosità verso i loro connazionali così duramente colpiti, tramite i numerosi canali già aperti allo scopo.

Per quanto mi riguarda domani 29 agosto, disporrò un bonifico, per ora e poi vedremo se sarà ancora necessario, rimetterò mani al portafoglio.

Saranno delle gocce in un mare tempestoso, ma noi italiani siamo milioni e altrettante gocce possono anche fare un mare; se poi si uniranno anche le gocce dei privilegiati istituzionali, come sopra accennato, chissà che non ci sia un’inondazione… benefica, finalmente!

 

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THE FOLLO LINE PROJECT – TUNNEL TBM CONTRACT SIGNED

da Samsung S4 049

Ho il piacere di condividere con voi, oltre il mio giusto e motivato orgoglio in qualità di padre, la conclusione positiva di una trattativa, lunga e difficile, condotta in buona parte da mio figlio Massimo, con la “procura ad negotia” per l’aggiudicazione di un appalto nella città di Oslo del valore di oltre un miliardo di €.
Si tratta dell’opera edile ingegneristica più importante negli ultimi venti anni a livello europeo.
Detta opera sarà, quindi, in capo alla sua società Ghella spa e alla Acciona Infraestructuras S.A. società spagnola, già in joint venture per altri importanti lavori, ultimo dei quali, la tangenziale di Brisbane in Australia.

Si parla quindi, di contratti per lavori colossali d’ingegneria civile, per i quali l’Italia va giustamente fiera grazie alle sue note imprese del settore: Salini Impregilo, Astaldi, CMC, tanto per fare degli esempi e la Ghella spa, appunto.

Il mio intervento, però, non nasce solo dalla grande soddisfazione di vedere protagonista di un tale affare mio figlio, ma anche dal buon nome dell’Italia che ciò comporta.
Il tutto grazie all’abnegazione, alla preparazione e alle capacità individuali delle persone che ci lavorano.
Quest’operazione è il giusto coronamento di un impegno profuso da mio figlio, prima negli studi con la laurea in ingegneria edile, con tesi sulle gallerie, cui ha saputo ben coniugare il perfezionamento della lingua inglese, con alcuni soggiorni in Inghilterra, tra cui un esame con il progetto Erasmus a Edimburgo; a questo aggiungasi la sua scelta di apprendere durante il periodo universitario, anche la lingua spagnola presso l’Istituto Cervantes di Roma.
Tutte queste caratteristiche hanno agevolato il suo ingresso nel mondo del lavoro che è avvenuto a soli quattro mesi dopo il conseguimento della laurea.
Certamente non è stato facile, perché ciò ha comportato un periodo di lavoro e di formazione, abbastanza duro e non sempre in nazioni socialmente affidabili…
Sei anni in Venezuela, per la costruzione di una grande ferrovia in collaborazione con l’Astaldi e l’Impregilo; due anni per un acquedotto a Santo Domingo; altri due anni per una galleria per un gasdotto in Brasile.
Dopo tutto ciò è rientrato in Italia e la sua attività continua, con grandi soddisfazioni, come detto, riguardando progettualità tecnica e finanziaria e sopralluoghi in molte parti del pianeta dove la sua società è impegnata, in termini di fatturato, molto più che in Italia.

Questa mia personale disquisizione, è tesa anche a dimostrare come l’impegno individuale, la forza di volontà profusa e la capacità di amministrare e creare il proprio futuro, pagano sempre e non mi dispiace erigere ad esempio per i giovani che, spesso, cercano lavoro, con superficialità e faciloneria, questo di mio figlio che si è proposto da solo, con le sue qualità tecniche e linguistiche acquisite con pervicacia e coerenza.
Nelle foto della firma degli atti formali, mio figlio è il primo a destra e… consentitemi che una lacrima mi scivoli sulla guancia.

Faccio seguito a questa pagina del 26 marzo, per comunicare che tra poco inizieranno i grandi lavori degli scavi sotto la città di Oslo, i lavori preparatori del cantiere, iniziati già da tempo sono a buon punto.

Ieri 8 giugno, mio figlio proveniente da Oslo si è recato in Germania insieme ad alcuni colleghi a verificare il termine dei lavori dell’assemblaggio dell’ultima delle quattro TBM che dovranno scavare altrettante gallerie, di cui al contratto citato. Le prime sono in corso di trasporto verso Oslo e tra alcuni mesi saranno tutte operative.

Per questo motivo allegherò alcune foto tratte dal sito del costruttore, della TBM, la cui imponenza e complessità si evince dal solo guardare le foto, per non parlare, poi, del costo di ognuna di esse che, ammonta a 20 milioni di €, per un totale, quindi di 80 milioni!

Questa è una  foto di mio figlio, da solo, davanti al rotore di testa della macchina, del diametro di 10 metri; una curiosità è rappresentata dal fatto che ognuno delle quattro TBM ha la “mola” con la quale scavare le gallerie, di un colore diverso.

Oltre alla grandezza della parte perforante c’è da aggiungere che questi macchinari, dalla grande complessità tecnica, sono lunghi 120 metri!

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Mio figlio è il primo a sinistra.

Mi preme rimarcare che la società Ghella è un’impresa eccellente e ben nota in tutto il mondo, nonostante sia ancora a carattere “familiare” e dà lustro al nostro paese: in tempi recenti il presidente Renzi accompagnato dall’ing. Ghella, ha visitato i cantieri di un tratto della Salerno Reggio Calabria, quasi completati, un record per questa opera, il cui cantiere è aperto da decenni e ancora non chiuso; altro cantiere visitato da entrambi è quello delle metropolitane di Buenos Aires. Questo per limitarmi solo ad alcuni dei lavori in corso di cui è stata data ampia notizia sui giornali e dalle televisioni, per quanto riguarda gli altri cantieri, credo che basti visitare il sito della Ghella spa, per farsi un’idea più approfondita della qualità e capacità della società.

Abbiate comprensione per quest’altra manifestazione di orgoglio paterno, che mio figlio merita!

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